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COMPRO ORO

Vivere jazz vivere swing

 

Da un’idea di:

TONI LAMA

 

Soggetto e Sceneggiatura:

MARINO BRONZINO, MONIKA CRHA E GIULIA PASSERA

 

Regia:

MARINO BRONZINO E TONI LAMA

 

Fotografia:

ANGELO SANTOVITO

SCENEGGIATURA

Apertura da nero sul P.P. di Giorgio Merighi, autorevole storico del jazz, che con il suo sorriso
sornione, guardando in macchina spiega come mai i musicisti di colore negli anni ‘50 lasciarono gli
States per trasferirsi a Parigi.

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Chiusura a nero, musica, titoli di testa.
Apertura da nero. Esterno giorno, una vecchia Citroen DS Pallas color argento è posteggiata in una
strada urbana, un corpulento signore (Giorgio Bartolucci promoter dello Swing Club) sale a bordo,
la mette in moto e si immette nel traffico.
A volo d’uccello la Mdp sorvola un fiume e alzandosi incrocia la DS che sta transitando sul ponte,
La vettura esce di scena mentre la Mdp continuando la sua salita, scopre i tetti della città. Siamo a
Torino in una mattina d’autunno piena di sole, sul fondo appare la Mole Antonelliana.

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La Vfc di Giorgio Bartolucci racconta come lui negli anni ’60 ha cominciato la sua attività di
Promoter, andando a Parigi a cercare i musicisti nelle cave di montparnasse.
La musica ritorna protagonista mentre vediamo alcune inquadrature del suo viaggio in auto.
L’ultima inquadratura lo porta ad incontrare il TGV che gli sfreccia a fianco sulla statale 24 del
Monginevro.

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Il suo racconto riprende, ma non più fuori campo. Lo troviamo seduto in uno scompartimento del
TGV, al suo fianco un giovane batterista jazz, Ruben Bellavia.
Ruben non sa molto di quegli anni è curioso, vuole sapere, Giorgio narratore instancabile snocciola
aneddoti, nomi, ricordi, pezzi di vita di quando lui aveva l’età di Ruben.
Il suo racconto inframmezzato alla musica si snocciola durante il loro viaggio parigino alla ricerca
delle cave ormai chiuse e trasformate in kebab.

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Incontrano un grande fotografo della Magnum Photos (Guy le Querrec) che parla delle sue foto sul
jazz che hanno segnato un’epoca e un grande batterista (Aldo Romano) Parigino d’adozione, con
cui parleranno di quando lui si esibiva allo Swing Club. Giorgio ricorderà di come era possibile
allora entrare in un club jazz, incontrare un musicista e su un tovagliolo redigere un contratto per
portarlo a Torino ad esibirsi allo Swing Club.

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Il racconto di Giorgio ci porta a parlare del panorama musicale jazzistico italiano di quegli anni e di
come lo Swing Club per quasi due decenni sia stato uno dei locali più importanti di quel mondo.
La storia dello Swing Club e di quell’epoca viene narrata attraverso le testimonianze di alcuni
personaggi che hanno suonato in quella cantina di via Botero e vissuto un’esperienza irripetibile..

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Sentiamo le testimonianze di Piero Angela, Enrico Rava, Franco Cerri, Ugo Nespolo, Dino Piana,
Dodo Goja, Franco Mondini, Furio Di Castri, Sergio Bevione, Elisa Amato, Luca Rigazio, Sergio
Verde, Paolo Dutto, Guido Scategni, Secondo Poncini, Aldo Sperti, Maria Berruto, Riccardo Zegna.

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Le loro brevi testimonianze sono inframmezzate da momenti dei loro concerti o dalle loro attività
odierne. Lo storico Giovanni De Lune ci contestualizza il periodo storico, politico e sociale di quegli
anni. Il rapporto che la città aveva con la grande mamma FIAT.

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La Vfc del Prof De Luna fa da commento alle immagini di repertorio della Torino di quegli anni.

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Sono immagini di una Torino radicalmente diversa da quella odierna. L’intervento del Prof. De Luna
lascia il posto alla musica che commenta e sottolinea le immagini di repertorio.

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Ritroviamo Ruben nello studio del maestro Ugo Nespolo che gli racconta dei fermenti artistici che
nascono e si sviluppano a Torino negli anni dello Swing Club, mettendo a confronto due facce della
città, quella legata ai ritmi della grande fabbrica e la fantasia che va al potere negli anni della
contestazione giovanile del ’68. A commento altre immagini di repertorio di quel periodo.

Ci troviamo ora in una sala prove, scopriamo che i musicisti sono Ruben con i componenti del trio
di cui fa parte da anni, Fabio Giachino al pianoforte e Davide Liberti al contrabbasso, li cogliamo
mentre stanno provando e componendo dei brani musicali forse per un nuovo disco.

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Parlano della diversità del loro mondo, di come certe cose che ai tempi dello Swing erano possibili
e facili da fare oggi sono impensabili, nasce dal loro dialogo, inframmezzato da spunti musicali
provati in diretta, la voglia dopo tanti racconti, parole e aneddoti, di confrontarsi sul piano musicale
con i vecchi musicisti dello Swing Club, per capire se è vero il luogo comune che i giovani di oggi
hanno più tecnica, ma gli manca il cuore, quel cuore che la generazione dei musicisti di allora
rivendica come un loro patrimonio ormai perso nel tempo.
E’ sera alcuni dei vecchi musicisti dello Swing intervistati precedentemente stanno recandosi ad un
appuntamento portando con se i loro strumenti musicali.
Anche Ruben, Fabio e Davide  stanno singolarmente recandosi
all’appuntamento. Il gruppo si ritrova in via Botero al n. 16, in quella che era la sede dello Swing
Club, dove oggi c’è un negozio di compro oro.

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Il gruppo di musicisti, osserva il negozio, l’insegna, scherzano fra di loro. Stanno aspettando l’arrivo
di qualcuno che vediamo arrivare con il suo passo pesante dal fondo della stretta strada, è Giorgio
Bartolucci, lo accolgono con saluti e motteggi vari, Giorgio suona il campanello, la porta si apre e
tutti entrano.
Li ritroviamo all’interno in uno spazio vuoto, pareti di mattoni a vista, penombra, al centro un
pianoforte a mezza coda, sullo sfondo una batteria.
I musicisti prendono possesso dello spazio, posano i loro strumenti, li accordano, scherzano
preparandosi all’esibizione.
La Mdp si aggira discreta fra di loro raccogliendo brani delle loro conversazioni, i “vecchi” sono i più
rumorosi, come commilitoni che si ritrovano dopo molti anni.
I giovani sono curiosi, Giorgio aiutato da un giovane assistente entra ed esce dalla sala portando
tavolini e sedie che dispone attorno al set, molti fumano, la sala piano piano si riempie di fumo.
Dalla porta d’ingresso entrano alla spicciolata molti dei personaggi che nello svolgimento del film ci
hanno parlato della loro vita, dello Swing e del loro amore per il Jazz.
Ma non ci sono solo i “vecchi”, gruppetti di giovani dei più variegati target, entrano e prendono
posto attorno allo spazio scenico, qualcuno ha una birra in mano, una ragazza timidamente chiede
a Giorgio se è proprio vero che lì si può fumare e lui con il suo grande sorriso ammagliatore
risponde sì, che lì si è sempre fumato e si potrà sempre fumare.
Poi la band, composta da giovani e vecchi inizia l’esibizione e c’è solo più spazio per la musica, per
i virtuosismi dei musicisti e per dar sfogo all’immensa voglia di fare musica, di fare del buon jazz.
Il live dell’esibizione diventa protagonista, la Mdp, in un unico piano sequenza partendo dalle mani
di Ruben alla batteria, indietreggia piano piano sfilando fra gli altri musicisti, il pubblico, ed esce dal
locale.
Giunta all’esterno del “Compro Oro” sale lentamente in verticale, scoprendo i tetti del vecchio
palazzo e la città che si sta svegliando, fino ad inquadrare la sagoma della Mole Antonelliana che si
intravede nelle prime luci dell’alba.
Il suo salire continua puntando verso il cielo che si sta schiarendo, in dissolvenza ci troviamo,
sempre all’alba, a bordo di una nave che viaggia in mezzo al mare, l’inquadratura è una soggettiva
che guarda la scia che la nave si lascia alle spalle

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La musica dell’esibizione live, che ci ha accompagnato fino a quel momento, sfuma e il rumore del
mare diventa protagonista, Una voce fuori campo, profonda e roca, recita in inglese con un forte
accento americano il testo della lettera che Louis Armstrong, dopo i trionfali concerti torinesi del
1935, scrisse durante il suo ritorno a casa, al suo grande amico torinese Alfredo Antonino.
In super scorre la traduzione in italiano.
Transatlantico Champlain, 24 gennaio 1935
Caro Alfredo, amico mio, immagino che sarai molto sorpreso di ricevere questa lettera che ho
scritto qui, nel bel mezzo dell’Oceano Atlantico. Già – ciò vuol dire che finalmente ho deciso di
tornarmene a casa, nella vecchia Chicago, Illinois, Stati Uniti.
Canetti (il mio impresario) ed io abbiamo avuto un disaccordo (abbiamo litigato) e siccome le
cose non si potevano aggiustare ho pensato che la cosa migliore da fare fosse tornarmene in
America. Anche perché comunque ero rimasto in Europa già abbastanza.
E ti dico che Torino, Italia, è stato l’ultimo posto in cui ho suonato la tromba in Europa, e
anche quello in cui ho avuto il maggior successo.
Amico mio, credimi, il solo pensiero mi riempie di felicità, e devo ringraziarti ancora per
averlo reso possibile.
Chissà, magari un giorno riuscirò io a fare qualcosa di bello per te, forse verrai in America
prima o poi. Eh? Lo spero. Se verrai, non avrai che da chiamarmi.
E salutami tutti i jazzofili torinesi. La mia diletta moglie Alpha manda i suoi saluti a te e a tutti
i fans: è al settimo cielo per il mio successo nella “buona vecchia Torino” – “yea, man”. Addio,
“Gate”.
Tuo, con swing,
Louis “Satchmo” Armstrong.

Chiusura a nero. Titoli di coda.

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